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I tunnel segreti del Titicaca

Sono tante le storie che si raccontano nella zona del Titicaca. Tra queste ce n’è una che parla di alcuni tunnel dimenticati dal tempo, costruiti in un lontano passato al di sotto del lago e delle sue sponde. È la storia della Chinkana del Titicaca, un insieme di caverne e gallerie sotterranee, recondite, misteriose come le profondità dell’immenso lago andino.

La prima volta che mi raccontarono di tunnel segreti sotto il Titicaca fu l’anno scorso mentre mi trovavo al Portale di Aramu Muru, nelle vicinanze del lago. In quell’occasione un ragazzo del luogo, Socrates, mi accompagnò davanti a quello che si dice sia uno degli accessi al sistema di tunnel del Titicaca. Da quel momento altre persone mi parlarono di tunnel sotterranei nella zona del Titicaca e anche nella zona di Cusco. In seguito decisi di fare delle ricerche e scoprii che riferimenti ad antichi tunnel utilizzati dagli inca sono addirittura presenti in alcune cronache spagnole del 1500 e del 1600, almeno per quanto riguarda la zona di Cusco. In questi resoconti storici, tali tunnel vengono chiamati chinkana, che era il nome quechua con cui la gente delle Ande definiva questi cunicoli, mentre li descriveva ai primi cronisti.

La parola chinkana, termine che si utilizza ancora oggi, in quechua significa “labirinto” o “luogo in cui ci si perde”. In un prossimo articolo parlerò in maniera specifica delle chinkana della zona di Cusco, delle relative cronache che le citano e di chi pensa possano nascondere immensi tesori inca. Per quanto riguarda i tunnel del Titicaca invece non ho ancora trovato cronache storiche che dicano qualcosa a proposito, non ho trovato tantomeno foto o prove accademiche che documentino la loro presenza. Quello che per ora ho trovato è un libro in cui si racconta una storia, che certamente potrà lasciare perplessi in molti, ma che facendo comunque parte di quel contenitore di miti, leggende e aneddoti che è il Titicaca, vale sempre la pena raccontare, in modo che ognuno possa farsi le sue idee a proposito.

Il libro in questione è intitolato “La Chinkana del Titicaca, i tunnel segreti del Lago Sacro”, scritto da Antonio Portugal Alvizuri, uno studioso e scrittore, membro in Bolivia dell’Istituto Nazionale di Archeologia. Nel libro, il ricercatore boliviano descrive gli avvenimenti legati alla sua personale scoperta della Chinkana del Titicaca. L’uomo racconta di esser stato accompagnato da alcune persone in un luogo sulle sponde boliviane del lago. Tali persone, che sapevano già dove dirigersi, iniziarono a scavare in un punto specifico. Alvizuri le aiutò nell’impresa e dopo aver tolto circa quaranta centimetri di terra, portarono alla luce una grossa porta di pietra. Alvizuri nel suo libro dice che sollevarono quella pesante lastra e che al di sotto c’era una scalinata che scendeva in profondità. Lo scrittore racconta di essere sceso parecchi metri lungo la scalinata, di aver visto sulle pareti vari simboli antichi ed essere arrivato in una sorta di spiazzo sotterraneo nel quale i gradini terminavano ma la discesa del tunnel continuava. Lì decise di fermarsi, andare avanti sarebbe stato pericoloso, l’oscurità era troppa, la piccola torcia non illuminava a sufficienza e il terreno ripido e fangoso diventava sempre più scivoloso. Entusiasmato per la scoperta tornò a casa e nei giorni successivi ne parlò solo a una persona, con la quale si stava già accordando per realizzare un documentario sul ritrovamento. La notte successiva però, Alvizuri racconta che due esseri di luce entrarono nella sua stanza passando letteralmente attraverso le pareti della casa. Le due entità erano di figura antropomorfa e i loro corpi brillavano. Avevano due grandi occhi, dei capelli dorati e una sorta di tunica bianca. Gli esseri dissero ad Alvizuri che non avrebbe dovuto rivelare a nessuno il luogo esatto d’accesso al tunnel perché non era ancora il momento, in quanto le persone lo avrebbero usato solo per cercare tesori antichi, senza capirne il vero valore. Le entità gli dissero anche che i tunnel conducevano a varie città intraterrene sotto il Titicaca che dovevano rimanere segrete. L’autore del libro, a seguito di questo incontro che racconta aver vissuto negli anni ottanta, non ha mai reso pubblico il punto esatto dell’inizio della chinkana.

Il racconto di Alvizuri ha certamente dell’incredibile, ma come dicevo in precedenza, per quanto non esistano prove documentate di tunnel sotteranei nel Titicaca, almeno una chinkana nella zona di Cusco, seppur piccola, esiste veramente, e forse anche più d’una, per cui non è da escludere che anche l’area del Titicaca abbia le sue chinkana. E qui ritorno alla mia personale esperienza. Quando l’anno scorso mi trovavo nella zona di Aramu Muru, accompagnato da Socrates arrivai davanti al possibile ingresso di un tunnel del Titicaca. Decisi di verificare se dietro quella che da fuori sembrava solo una cavità nella roccia ci fosse davvero un tunnel nascosto, e quindi, passando per un ingresso molto stretto, in cui dovetti quasi strisciare, entrai in una piccola caverna che dopo poco aveva una biforcazione. Era quasi impossibile arrivare fino in fondo tanto erano bassi e stretti quei cunicoli laterali, ma utilizzando una piccola torcia, penso di essere riuscito a vedere abbastanza bene che entrambe le estremità di quei brevi e angusti spazi terminavano tra la roccia e la sabbia sottostante, senza proseguire in nessun tunnel. Non sono sicurissimo di questo perché il cunicolo di sinistra aveva una piccola apertura inferiore, anche se era troppo stretta per passarci attraverso. Scattai qualche foto e uscii dalla grotta. Dissi a Socrates che la caverna sembrava non proseguisse da nessuna parte. Lui mi disse che l’entrata al tunnel c’era ma era stata tappata con sabbia e pietre per evitarne qualsiasi ingresso.

Due delle foto che scattai quel giorno nella caverna le ho inserite qui accanto. Nella prima si vede il cunicolo di destra che termina contro la roccia. La seconda invece è relativa al cunicolo di sinistra, che effettivamente sembra avere una piccola apertura inferiore, ma la sabbia e le pietre impedivano di vedere oltre… Ovviamente non so se il tunnel di Aramu Muru sia stato veramente tappato come dice Socrates e non so neanche se esista davvero la chinkana di cui parla Alvizuri. Quello che è certo, è che i racconti attorno ai tunnel delle Ande sono tanti e il fatto che siano presenti in resoconti storici di circa cinquecento anni fa mi spinge ad approfondire l’argomento. Per questo scriverò un articolo anche a proposito dei tunnel di Cusco, delle varie persone che si dice tentarono di esplorarli, tra le quali addirittura un gruppo di spelelologi, che mentre si addentrava nelle profondità della terra…

Stefano Lioni

Gli spiriti delle montagne

È possibile invocarli e chiedergli aiuto, sono fondamentali nei rituali andini, ascoltano, proteggono e hanno il ruolo di messaggeri tra il mondo terreno e il mondo del cielo. Sono gli Apu, gli spiriti tutelari delle Ande.

Anche da La Paz, la città boliviana in cui sto vivendo da circa un anno, è possibile vedere una montagna sacra che i locali chiamano Apu Illimani. E sono tante le montagne Apu che ho incontrato e che continuo a incontrare nei miei viaggi tra le Ande. In Perù ad esempio, nella zona intorno a Cusco, si trovano l’Apu Salkantay e l’Apu Ausangate. 

In cammino tra i q'eros

In cammino tra le montagne dei q'eros, raggiungendo una casetta in cui passare la notte. Non c'è bisogno di prenotare da queste parti.

Posted by Sulla via degli sciamani on Tuesday, July 9, 2019

Le antiche civiltà hanno sempre considerato le montagne un ponte verso il divino perché le alte cime avvicinano l’uomo al cielo e quindi gli permettono di comunicare più facilmente con gli dei. Gli Apu andini intervengono come messaggeri in questa comunicazione tra l’uomo e il Sole e gli altri elementi sacri del cielo come le stelle.
La natura nel mondo andino è viva, animata, partecipa con ruoli specifici nello sviluppo e benessere delle società, a patto che venga rispettata. Per le comunità andine, le montagne in cui abitano gli Apu sono luoghi sacri. L’Apu è uno spirito capace di proteggere individualmente e collettivamente. Gli Apu controllano i cicli dell’acqua e determinano quindi le sorti delle società agricole andine. Gli spiriti delle montagne sono incaricati dalla divinità di proteggere gli uomini e fungere da intermediari tra il Kay Pacha (mondo terreno) e l’Hanan Pacha (mondo di sopra).

Sciamanismo, la tecnica dell’estasi

Nella tradizione andina si crede che gli Apu possano lasciare temporaneamente una montagna per avvicinarsi a un luogo in cui sono invocati, ad esempio in una cerimonia in cui si sta chiedendo il loro aiuto.

I curanderi andini invocano gli Apu nei rituali di ringraziamento alla Pachamama, nei rituali di guarigione e anche in altri casi. Ogni curandero può invocare più di un Apu protettore e chiedergli supporto per il buon esito del rituale.

Uno dei modi che ho imparato da alcuni curanderi per invocare un Apu è il seguente. Dopo aver realizzato un pago a la tierra, si prendono tre foglie di coca, si portano in alto con le mani in direzione della montagna sacra, si pronuncia a voce alta il nome dell’Apu e poi, dopo aver ringraziato o chiesto aiuto per qualcosa, si soffia forte sulle foglie sempre in direzione della montagna, affinché la richiesta possa raggiungere più facilmente l’Apu. Dopodiché le foglie si appoggiano per terra e, sopra di esse, per fissare la richiesta, con alcune pietre prese lì vicino si costruisce una cumulo verticale di sassi che i locali chiamano apacheta.

Stefano Lioni

Il ritorno dell’Inka

Dopo una forte chiamata interiore, Elizabeth B. Jenkins lascia il suo dottorato di ricerca, il suo fidanzato, vende tutto e va a vivere in Perù. Lì incontra un maestro, Juan Nuñez del Prado, e inizia il suo viaggio di iniziazione e scoperta che la porterà ad approfondire la conoscenza di se stessa attraverso la tradizione spirituale andina.

La storia della Jenkins mi ha accompagnato in questi giorni di cammino, attraverso la lettura del suo stesso libro “Il ritorno dell’Inka”, libro che l’autrice scrisse al termine di un percorso spirituale in Perù. Forse, più di qualsiasi altra cosa, nelle Ande stavo imparando che la spiritualità e il gioco vanno insieme. Per la gente andina, gli atti più religiosi non erano questioni serie e nemmeno cupe, erano celebrazioni di allegria, scrive la Jenkins quando commenta in particolare il lato ludico degli ukukus, una sorta di pagliacci sacri che controllano e animano il pellegrinaggio della Festa di Q’ollorit’i. E tale festa, spiega invece il maestro della Jenkins, è collegata alla costellazione delle pleiadi, le quali possiedono una grande importanza esoterica ed energetica. Per i maestri andini, esse rappresentano i sette livelli di sviluppo psichico. Durante la Festa del Santuario di Q’ollorit’i, le pleiadi fungono da unificatrici di campi energetici. Negli ultimi anni, il numero di pellegrini al Santuario è aumentato in maniera incredibile. Sempre di più sono le persone attratte da quel posto. È possibile che non lo sappiano, però ci vanno perché stanno attendendo un eletto, un maestro di settimo livello ancora non rivelato.

Visiterò il Perù una volta terminato il cammino in Argentina, che al momento sento prioritario, ma libri come questo non fanno che amplificare il mio desiderio di visitare questa terra ricca di cultura sciamanica, una terra nella quale, sempre secondo le parole del maestro della Jenkins, si crede che al momento del concepimento, nel nuovo individuo si uniscono tre poteri differenti: il potere della materia, il potere dell’anima individuale e il potere eterno dello spirito. Poteri che si concentrano nella fronte, in un punto che si chiude crescendo ma che da piccoli è ancora molto aperto e dal quale entra molta energia viva o luce bianca (sembra riferirsi alla zona del terzo occhio). Nell’opera della Jenkins, nel capitolo “Il tempio della morte”, Juan Nuñez del Prado effettua un rituale di riapertura di tale porta cosmica attraverso l’utilizzo di alcune pietre speciali.

Gli spiriti delle montagne

Il libro, che riporta anche il significato delle profezie andine dei cicli di cambiamento ed evoluzione, parlando dell’era del Taripay Pacha, ossia dell’epoca della trasformazione, del tempo di incontrarsi nuovamente con se stessi, è davvero pieno di passi interessanti capaci di aiutare a decifrare con maggior chiarezza lo sviluppo della coscienza collettiva umana e allo stesso tempo offrire spunti di riflessione utili a comprendere meglio la tradizione spirituale andina, la quale, come scrive la Jenkins, sviluppò un modo molto differente da quello occidentale di vedere, interpretare e lavorare con il sistema energetico umano.

Stefano Lioni

(Foto principale: hatunkarpay.org)