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Quale futuro per gli indigeni incontattati?

popoli incontattatiSurvival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha da poco duramente attaccato un recente editoriale della rivista scientifica Science, nel quale due antropologi, Robert S. Walker e Kim R. Hill, hanno dichiarato che il contatto con le popolazioni indigene ancora incontattate sarebbe auspicabile per il bene stesso degli indigeni, in quanto altrimenti questi ultimi non riuscirebbero a sopravvivere nel lungo termine.

Dichiarazione shock in quanto va assolutamente contro corrente rispetto all’ipotesi classica e da sempre sostenuta da Survival International, secondo la quale i contatti con i popoli incontattati sarebbero da evitare a tutti i costi, per via della spiccata vulnerabilità degli indigeni agli agenti patogeni potenzialmente contraibili durante un contatto, anche breve, con esseri umani esterni al loro gruppo storico.

Stephen Corry, il direttore di Survival International, ha dichiarato che i due antropolgi, favorendo l’ipotesi del contatto con gli indigeni, farebbero il gioco di chi vuole aprire l’Amazzonia all’estrazione di risorse naturali e agli investimenti. Il direttore del movimento per la tutela indigena ha quindi definito “pericoloso e fuorviante” l’articolo di Science.

Personalmente, dagli studi effettuati condivido la teoria generale secondo la quale, popolazioni animali, vegetali o umane che vengono a contatto per la prima volta tra loro, vanno certamente incontro a potenziali rischi per la salute,  legati appunto alla trasmissione di agenti patogeni per i quali non si possiede un sistema immunitario adeguato.  Anche la storia stessa della conquista delle americhe d’altronde supporta questa teoria, in quanto è stato calcolato che le principali cause di morte degli indigeni delle americhe, a seguito del primo contatto con gli europei colonizzatori, sarebbero state proprio le malattie portate da questi ultimi nel nuovo mondo.

Spero quindi che le popolazioni attualmente incontattate, continuino a restare isolate, perchè penso che sia questa la condizione migliore per il loro bene. Gli indigeni amazzonici sono popoli millenari, perfettamente integrati nel loro ambiente e primi esperti protettori delle loro foreste, fonte della loro sopravvivenza. Non penso che loro abbiano bisogno dei nostri vaccini, delle nostre invadenti macchine fotografiche e del nostro cemento per sopravvivere. Ce l’hanno fatta benissimo finora e soprattutto, da quel che si sa, vogliono essere lasciati in pace, perchè contattarli quindi? Per soddisfare le nostre eventuali curiosità antropologiche? O peggio, per costuire l’ennesima ferrovia?  Sinceramente, viste le potenziali negative conseguenze di un eventuale contatto, mi soddisfa di più l’idea romantica che in questo mondo, dove ormai tutto è conosciuto o deve esserlo se non lo è, esista ancora una parte di esso che resiste quasi miracolosamente nella sua intatta autenticità, alla furia espansiva e colonizzatrice tipica di chi di volta in volta, si crede padrone del mondo.

Stefano Lioni

Fonte della foto: www.survival.it  (G. Miranda/FUNAI/Survival)

 

Ayahuasca, la bevanda sacra

naranjo 3Tra le letture che in questi giorni mi stanno aiutando ad ingannare l’attesa della partenza, ce n’è una in particolare che continua ad incuriosirmi pagina dopo pagina. E’ il libro di Claudio Naranjo intitolato “Ayahuasca, il rampicante del fiume celeste”.

Ho iniziato a leggerlo pochi giorni fa ed in sostanza esso rappresenta il bilancio del lungo lavoro di ricerca dell’autore sull’Ayahuasca, una bevanda sacra utilizzata da diversi popoli indigeni del Sud America per effettuare il viaggio sciamanico. Il libro offre anche un resoconto sui possibili usi delle piante sacre in psicoterapia, resoconto che per me, con buona pace della mia curiosità, fa ancora parte delle pagine non lette.

Da quanto si legge nelle note sull’autore, Claudio Naranjo è un medico, psichiatra e antropologo cileno che nella sua attività ha sempre cercato di integrare tradizione e conoscenza scientifica, ricostruzione storica e analisi antropologica, psicologia e spiritualità. E’ stato uno dei primi ricercatori nell’ambito dell’ Etnobotanica applicata alle piante psicoattive e ha sviluppato una teoria dei tipi psicologici basata sull’ Enneagramma, un simbolo esoterico di origine oscura. Insomma, un autore che a giudicare dalle premesse del libro e dalle pagine già lette, monopolizzerà le mie letture serali ancora per un bel po’.

Stefano Lioni

Due parole su di me

IO AQUILA 2Ciao, io sono Stefano, sardo, 33 anni, una laurea a Bologna in Scienze Naturali, studente di Psicologia a Padova, dopo cinque anni di lavoro in una società di consulenza ho rassegnato le dimissioni per realizzare un sogno: percorrere tutto il continente sudamericano alla scoperta dei suoi sciamani, dei suoi popoli indigeni e delle sue terre.

Partirò a settembre e viaggerò su ciò che mi piace chiamare “la via degli sciamani”, un percorso che improvviserò strada facendo, seguendo la scia lasciata dal fascino millenario della tradizione sciamanica e della cultura dei popoli autoctoni sudamericani.

Su questo blog e sulla pagina Facebook cercherò di condividere il più possibile in diretta le mie esperienze di viaggio, passo dopo passo, sciamano dopo sciamano, meraviglia dopo meraviglia. Spero di farlo al meglio.